Copyright, una riforma che tutela poco e tassa molto

L’Unione Europea approva una riforma scritta in modo confuso. Il classico pasticciaccio brutto tutto chiacchiere e distintivo.

Il parlamento europeo ha approvato la riforma del copyright. Viene così estesa anche alle piattaforme online la norma che introduce il cosiddetto “equo compenso” e prevede la tutela del diritto d’autore di cui avevamo già parlato.

Questo almeno in teoria perché poi questa riforma più che difendere il diritto d’autore sembra andare nella direzione di sottrarre più denaro possibile ai giganti del web, a prescindere dal fatto che si stia violando o meno il diritto d’autore.

Tante tasse, poche tutele

Il vero obiettivo del testo sembra infatti non tanto quello di tutelare il copyright nel web, ma di introdurre nuove forme di tassazione per far sì che i giornali riescano a ricavare denaro da Google & soci.

Una norma ad hoc costruita persalvare un settore che non ha saputo innovarsi e che, dopo aver vissuto per anni completamente fuori dal mercato reale, oggi annaspa tra mille difficoltà.

L’assurda tassa sui link

Proviamo a fare un esempio concreto: da che mondo e mondo se io voglio acquistare una pagina pubblicitaria su un giornale devo pagare lo spazio pubblicitario. Con questa riforma invece chi ospita la pubblicità dovrebbe pagare gli inserzionisti.

Si ribaltano dunque le logiche di mercato che, quando sono i giornali ad incassare vanno benissimo, quando a incassare invece sono Google e Facebook allora non vanno più bene (non si capisce poi perché i giornali non chiedano il carcere a vita per i baristi che si arricchiscono da anni permettendo a tutti di leggere gratis le loro preziosissime pagine piene di contenuti tutelati dal copyright).

Nello specifico mi riferisco alla famigerata tassa sui link, una vera e propria idiozia legislativa che, peraltro, non è neppure stata esplicitata in maniera chiara nella riforma appena approvata. Alla fine della fiera, mi ripeto, è come se gli inserzionisti pubblicitari pretendessero di essere pagati dai giornali che ospitano la loro pubblicità, e non di essere a loro a pagare come (giustamente!) accade.

Il problema di fondo a mio avviso è che le conseguenze difficilmente ricadranno su YouTube, Google o Facebook, colossi che probabilmente troveranno il modo per tutelare i loro interessi in maniera abbastanza rapida.

Addio responsabilità soggettiva

Quello che trovo assurdo poi è l’annullamento totale della responsabilità soggettiva: con questa riforma ora chi carica online materiale protetto da copyright non ha più alcuna responsabilità. “Saranno le piattaforme a avere la responsabilità” ha dichiarato Alex Voss, il relatore del testo.

Un po’ come dire che se io uso un fucile per uccidere qualcuno non ho nessuna responsabilità perché la responsabilità è del costruttore o del venditore dell’arma.

A questo punto non si capisce perché un giornalista sia invece responsabile di quello che scrive, secondo questa ratio dovrebbe essere responsabile soltanto l’editore e buonanotte al secchio e ai suonatori.

Norme confuse e generiche

Il tallone d’Achille di tutta la riforma poi è che siamo di fronte a norme confuse e generiche (iniziamo da una cosa semplice semplice: che cos’è una “piattaforma”?) che dovranno per giunta essere recepite dai 28 stati membri, con il risultato che potremmo avere 28 legislazioni diverse tra loro.

Ancora una volta dunque emerge tutta la debolezza politica di questa Unione Europea che non decide mai davvero e si limita ad annunci roboanti.

Ad esempio una delle parti più discusse, quella relativa agli snippet, resta molto vaga e mal definita dato che si specifica soltanto che gli aggregatori di notizie dovranno soltanto far comparire un “testo molto breve”. E quindi? Di cosa stiamo parlando?

Tra le cose più ridicole poi non si capisce perché i MEME siano esclusi dalla tutela, quando è proprio nei MEME che viene sistematicamente violato il copyright: forse perché dai MEME i giornali e i gruppi editoriali non potrebbero guadagnare nulla?

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