Le polemiche sul caso Uber, l’app che rivoluziona il mondo dei taxi, e la scelta di Netflix di non entrare sul mercato italiano sono due segnali preoccupanti sul futuro dell’Italia.

Il caso Uber che ha sconvolto Milano in questi giorni è l’esempio lampante di come il digitale sia un mercato molto più reale di quanto si creda. Anzi, inizia ad avere poco senso parlare di online in contrapposizione all’offline, bisogna sempre più rendersi conto che esiste un unico ecosistema (se ne parlava proprio l’altro giorno a proposito dell’eCommerce).

In questo blog non mi interessa discutere se Uber sia una cosa giusta o no, se sia legale o meno, se abbiano ragione i tassisti o no. Il punto di fondo è un altro. È possibile che in questo paese esistano ancora corporazioni capaci di ricattare e di bloccare intere città? Pensate a cos’è successo a Roma quando si era ventilata l’ipotesi di allargare le licenze dei taxi…

Il punto di fondo è che un’app come Uber avrebbero dovuta inventarla i tassisti, è sempre la stessa storia (pensate un po’ a cosa succede nell’editoria con Amazon e Google). E invece no, la conservazione ad oltranza dell’esistente è l’unico paradigma da seguire. Poche categorie ultraprivilegiate che dettano legge e buonanotte al mercato, ai consumatori e a tutto il resto.

E qui non si parla di concetti ideali, si parla di riuscire a trovare un taxi un venerdì pomeriggio di pioggia a Milano (se vi dovesse capitare una cosa del genere non posso che augurarvi buona fortuna).

Per non parlare del neoluddismo digitale che sta investendo tutti i livelli della società, roba che a confronto il profumo della carta è una barzelletta. E infatti il Governo italiano sembra già schierato a priori con i tassisti, dimostrando una miopia imbarazzante.

La cosa più ridicola è che Uber esiste da un pezzo: possibile che a nessuno addetto ai lavori è mai venuto in mente che presto sarebbe arrivata anche in Italia? Possibile che nessuno ai piani alti abbia un minimo di visione? No, niente, qui in Italia si decide di iniziare ad imparare a nuotare quando l’acqua è arrivata alla gola. E a quel punto, naturalmente, è sempre colpa di qualcun altro, lo stato non ci può abbandonare, e blablablabla….

Restiamo il paese degli aiuti di stato, dei paletti per chi vuole innovare, della tutela ad oltranza dell’esistente anche quando è palese che si stanno alimentando degli zombi, tipo Alitalia (da questo punto di vista credo che in Europa soltanto la Francia faccia peggio di noi, ma almeno lì le cose riescono a farle funzionare).

E poi c’è Netflix, il colosso della tv online statunitense che sbarca anche in 6 paesi europei e si dimentica dell’Italia. Fino a qualche anno fa era impensabile non entrare in un mercato come quello italiano se si parlava di Europa, oggi a quanto pare le cose sono molto cambiate.

È da gennaio che si parla di questa mossa di Netflix ma l’esclusione dell’Italia dalla lista ha lasciato tutti un po’ sorpresi dato che il nostro paese sembrava essere uno degli obiettivi del colosso USA (ne avevamo parlato qui).

Una decisione che brucia non poco perché ci fa capire che il destino di questo paese è quello di essere sempre di più periferia dell’impero.

Annunci