Mamma, ho perso il filtro (editoriale)!

Uno spettro aleggia sulle case editrici italiane, è il self-publishing o autopubblicazione. In America Penguin, Harper Collins e Harlequin stanno per lanciare piattaforme dedicate, sull’esempio vincente di Amazon e Apple.
Nelle classifiche statunitensi, infatti, le autopubblicazioni conquistano sempre più spazio e nel 2011 il self-publishing ha costituito tra il 3 e il 5% del mercato degli ebook, che è ormai pari al 20% di tutto il mercato editoriale.
E in Italia?

Riccardo Cavallero, manager Mondadori, sostiene che nel futuro prossimo gli editori che non saranno coinvolti nel self-publishing non avranno più autori, ed entro giugno il gruppo di Segrate dovrebbe aprire all’autopubblicazione.
D’altra parte invece molti addetti ai lavori hanno criticato duramente il self-publishing. Secondo loro gli editori non dovrebbero rinunciare alla storica funzione di filtro, altrimenti il mercato sarà inondato da ebook-spazzatura.

Ma come funziona il tanto invocato filtro editoriale? Malissimo, a giudicare da quello che viene pubblicato in Italia. Oltre 8mila editori sfornano ogni anno quasi 60mila libri (dati Istat), buona parte dei quali vende pochissime copie o finisce direttamente al macero (il 35% nel 2006, fonte Greenreport).
E i grandi? Tutt’altro che un baluardo della qualità. Quasi tutti non accettano più manoscritti e quindi pubblicano solo autori “raccomandati”, spesso già famosi per via della televisione oppure affermati in altri campi (sport, politica, magistratura, ecc.) e in gran parte stranieri, americani in primis. Per di più seguono le mode del momento (mafia, shoah, noir impegnati, paranormal romance, ecc.) e quando vendono mille copie è un successo.

La verità è che grandi editori come Mondadori sono sempre più generalisti e puntano sulla quantità più che sulla qualità. Per fare profitti devono pubblicare tantissimo, spesso indiscriminatamente. Questo perché cinquemila titoli sui circa mezzo milione in commercio valgono da soli metà delle copie vendute. E quindi si pubblica a più non posso, sperando di azzeccare il bestseller che fa quadrare i conti. Si mandano allo sbaraglio tanti esordienti, come se si puntasse alla roulette. Lo stesso Roberto Calasso ha recentemente affermato che le case editrici si assomigliano sempre di più.
Sono finiti i tempi dell’editoria che faceva ricerca, oggi i direttori delle case editrici sono sempre più spesso manager che capiscono poco di letteratura e cercano di vendere libri come se fossero fustini di detersivo. Altro che filtro di qualità, quindi.
Nonostante il numero enorme di libri pubblicati, la selezione editoriale esclude chi non è abbastanza noto, non frequenta i giri giusti e non può vantare amicizie e parentale adeguate. Per costoro c’è posto solo nelle piccole realtà locali, con poca o nessuna distribuzione.

L’autopubblicazione porterà a uno tsunami di cattivi libri? Probabile, ma non è quello che succede già oggi? Senza dimenticare che spesso la libertà di scelta del lettore è solo una pia illusione: si compra ciò che il marketing spinge a comprare. Perfino gli spazi di esposizione sul bancone delle principali catene librarie sono occupati a caro prezzo da chi può permetterselo.
Chi vorrà, potrà sempre continuare a fidarsi di un determinato editore o di una certa collana, ma perché privare gli aspiranti scrittori della possibilità di autopubblicare un manoscritto che non sarebbe mai stampato (se non a pagamento o presso i piccoli editori di cui sopra), poiché appartenente a generi giudicati poco appetibili in Italia come l’horror, la fantascienza o le antologie di racconti?

Non dimentichiamo poi il fattore economico. Amazon garantisce agli autori che scelgono di autopubblicarsi royalties del 70% contro un 8% circa assicurato mediamente dall’editoria tradizionale. Per questo non è affatto detto che a ricorrere al self-publishing saranno solo gli aspiranti scrittori, anzi è probabile che sempre più scrittori affermati sceglieranno questa soluzione, soprattutto i più venduti.
Viene da chiedersi allora quanti degli 8mila editori italiani saranno ancora in attività fra trent’anni.

In conclusione, resta sempre valida la legge di Sturgeon: Il 90% di ciò che viene pubblicato è spazzatura. E come sempre sarà compito del lettore accorto scegliere in maniera oculata.
Senza dimenticare che libri come la Bibbia, l’Eneide o la Divina Commedia erano tutte “autopubblicazioni”. La letteratura ha prosperato per millenni senza case editrici e continuerà a esistere anche dopo la scomparsa (o marginalizzazione) degli editori e dei libri cartacei.
Come diceva Laozi, quello che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo chiama farfalla.

Valentino G. Colapinto

6 commenti

  1. Articolo davvero molto interessante e a mio parere corretto in toto.
    Condivido tutto. Da ex-scettico sugli ebook ho capito che i vantaggi del libro elettronico rispetto al cartaceo sono innumerevoli, tra prezzo, distribuzione, varietà di titoli, minore discriminazione per gli autopubblicati ecc. L’unico pro effettivo del libro cartaceo è la tradizione, il fascino che questi oggetti esercitano su di noi appassionati. Ma anche sull’aspetto fisico dell’ebook c’è da dire che un lettore ebook, in quanto oggetto tecnologicamente al passo coi tempi, riesce a dare un appeal molto superiore al libro, che nell’attuale forma cartacea risulta fuori moda, e quindi snobbato dai non appassionati del settore. Insomma: questi prossimi anni vedranno tanti cambiamenti, e magari si tornerà all’editore colto che legge i manoscritti e che li pubblica perchè ci crede piuttosto che all’imprenditore dei libri.

  2. hai centrato perfettamente la questione. Io personalmente dubito che il digitale si affermi da noi in tempi brevi e anche in quel caso non sarà facile liberarsi dalla dittatura delle big. Tuttavia anche se lentamente il sistema sta crollando e non ci resta che aspettare. Ciao. Vito

  3. Ottimo. Anche io sono d’accordo su tutto. Aggiungo che lo scorso anno ho voluto fare – ma non sono certo l’unico – un paio di esperimenti e mi sono auto-pubblicato tramite un libro-prova di una trentina di pagine, formato pocket e con numerose illustrazioni a colori: risultato quanto meno “decente”, se non soddisfacente. Certo, la carta non e’ quella di prima qualità, ma questa è stata una mia scelta (più bianca e’ la carta, meno vale). E anche il dorso non e’ “pericolante”, nel senso che il volumetto, aperto, non rischia di spaccarsi e perdere pagine. Scrittura e immagini nitidissime, impaginazione impeccabile. Dico di più: una delle copie aveva un leggerissimo e quasi invisibile difetto sulla copertina: ho scritto all’editore inviandogli fotocopia a testimonianza, e immediatamente mi e stata inviata una copia in sostituzione. Non vorrei fare pubblicità gratuita, ma sto parlando di “ilmiolibro.it”, che fra l’altro consente di mettere “in vetrina” il volume, concedendo la possibilità al visitatore di leggerne le prima pagine ed eventualmente acquistarlo. Inoltre c’è un accordo con la Feltrinelli, tramite la quale è possibile – su ordinazione – acquistare i volumi in vetrina, anche con invio all’indirizzo indicato. Non ho più occasione di usare il sito, ma è probabile che nel frattempo si sia ancora evoluto.
    Aggiungo che a mio modesto parere l’avvento dell’ “auto-libro” era prevedibile e soprattutto inevitabile. Si tratta semplicemente (diciamo così) dell’estensione, ai media editoriali cartacei, delle nuove possibilità che hanno trasformato altri media: telefono, posta ferroviaria o aerea, telegrammi, fotocopie, televisione eccetera. Proprio oggi ho letto su un quotidiano che il numero dei computer in uso nel mondo ha superato quello dell’intera popolazione terrestre. Si metta l’anima in pace il cosiddetto “grande management editoriale”. Il “fantasma” che si aggira non per l’Europa ma in tutto il mondo sistemerà un’altra delle tante caste, restituendo – nel bene e nel male -a Cesare quel che è di Cesare.
    Scetate Caruli’ ca ll’aria è doce” 🙂

  4. Questo post andrebbe fatto a leggere a forza a tutti le agenzie letterarie o a chi in generale offre servizi di web marketing, quelli insomma che si ostinano a considerare “di qualità” il 100% di quello che viene sfornato dalle case editrici e “immondizia” il 100% del self-published (come quello che scrive il sottoscritto).

    Post chiaro ma anche sconfortante.

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