Dal progetto BigFiveKiller* alla produzione automatizzata, il commento di Giacomo Brunoro all’intervista a Fred Zimmerman pubblicata da Digital Publishing.
L’intervista a Fred Zimmerman pubblicata da Digital Publishing dovrebbe far saltare in aria le redazioni degli editori italiani. E, invece, pare sia passata totalmente inosservata. Forse se ne parlerà al prossimo Salone Internazionale del Libro di Torino. Forse…

BigFiveKiller… un nome, un programma
Zimmerman arriva da contesti come NASA e LexisNexis, quindi non si muove dentro il perimetro rassicurante dell’editoria tradizionale. Ha sviluppato un approccio ingegneristico all’interno di un settore che spesso si racconta ancora come artigianale.
Zimmerman sostiene che una sola persona può gestire una casa editrice intera grazie all’intelligenza artificiale. Sì, sì, la solita provocazione dei nerd e dei fissati con l’intelligenza artificiale. E invece no. Zimmerman descrive un modello operativo che ha già iniziato a costruire con BigFiveKiller.online. Editori, redattori e consulenti editoriali possono guardare in faccia il loro personalissimo armageddon? Probabile.
Se lavorate in questo settore, sapete quanto sia articolata la filiera. Editing, revisione, impaginazione, distribuzione, marketing. Sentir dire che tutto questo può essere orchestrato da un sistema automatizzato genera una reazione istintiva, una sorta di terrore primordiale. Attenzione, qui non stiamo parlando di neoluddismo digitale o di paura della tecnologia, qui si sta mettendo in discussione la struttura su cui si regge il lavoro quotidiano.
La sensazione ricorda certi momenti di rottura in altri settori culturali. Viene in mente il passaggio dal cinema analogico a quello digitale, quando produzioni leggere hanno iniziato a ottenere risultati che prima richiedevano macchine industriali. Non è un parallelo perfetto, ma aiuta a capire il tipo di pressione che questo modello esercita.
Il nodo reale riguarda i costi, non la scrittura
Zimmerman sposta subito il discorso su un piano concreto. Il problema centrale non riguarda la qualità della scrittura, ma il costo complessivo della produzione editoriale. Questo punto, nel dibattito interno al settore, spesso resta sullo sfondo.
Nell’intervista cita un dato preciso: tra la fine del 2024 e la fine del 2025, la capacità dei modelli di completare compiti complessi di sviluppo software è passata dal 14% a oltre l’80%. Questo salto non interessa solo chi sviluppa codice. Ha un impatto diretto su tutte le attività che possono essere standardizzate o assistite.
Se una parte rilevante della produzione editoriale diventa automatizzabile, il costo marginale scende. Quando questo accade, il mercato si adegua. E qui non fate l’errore di pensare che si tratti di una previsione teorica: è una dinamica standard che si è già vista in altri ambiti.
Chi lavora in editoria riconosce segnali simili anche nelle attività quotidiane. L’impaginazione automatizzata, la gestione dei metadati, alcune forme di revisione tecnica sono già influenzate da strumenti digitali avanzati. Le competenze non spariscono, ma il loro peso economico cambia. La conseguenza è che le scelte aziendali cambiano.
Autoideazione, ovvero spostare il centro della decisione editoriale
Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda il concetto di autoideazione. Zimmerman descrive un sistema in grado di generare idee editoriali e di valutarle attraverso modelli linguistici che analizzano potenziale commerciale, fattibilità e coerenza.
Questo secondo me è il punto chiave di tutta la faccenda, il punto che dovrebbe terrorizzare tutti gli addetti ai lavori. La selezione delle idee, infatti, rappresenta uno degli elementi identitari del lavoro editoriale. È lo spazio in cui l’editore rivendica competenza, intuito e visione.
Zimmerman porta l’esempio del progetto Food Shock Atlas e dichiara apertamente di non avere competenze specifiche nel settore. Si affida al sistema, che seleziona l’idea e ne sviluppa i contenuti attraverso processi automatizzati e revisioni incrociate.
Questa impostazione obbliga a riconsiderare il ruolo editoriale. Il baricentro si sposta dalla scelta intuitiva alla gestione di un processo basato su dati e simulazioni.
A questo punto emerge una domanda che nel settore resta spesso implicita; quanto delle scelte editoriali attuali deriva da un’analisi strutturata e quanto da abitudini consolidate nel tempo?
Il catalogo come risultato di un sistema
Se si segue fino in fondo la logica proposta da Zimmerman, il catalogo editoriale assume una forma diversa. Non nasce più esclusivamente da una linea costruita nel tempo, ma da un sistema che analizza domanda, dati disponibili e sostenibilità produttiva.
Questo approccio riduce il rischio commerciale, perché ogni titolo viene valutato su parametri misurabili. Allo stesso tempo introduce un elemento critico. La responsabilità della scelta si distribuisce tra algoritmi e operatori.
Chi lavora in editoria conosce il peso di una decisione editoriale sbagliata. In questo modello, il rischio non scompare, ma viene diluito. Questo cambia anche il modo in cui si percepiscono errori e successi.
Formati che l’editoria ha sempre considerato marginali
Un aspetto interessante dell’intervista riguarda i formati su cui Zimmerman decide di investire. Non punta a replicare il romanzo tradizionale. Si concentra su ambiti in cui l’automazione offre vantaggi immediati.
Parla di saggistica basata su dati, contenuti tecnici e prodotti verificabili come libri di sudoku con soluzioni controllate algoritmicamente. Si tratta di segmenti che l’editoria ha spesso trattato come secondari, ma che presentano una domanda costante.
Questi prodotti richiedono precisione e controllo. Se gestiti con processi tradizionali, diventano costosi. L’automazione consente di ridurre i tempi e mantenere standard elevati.
Zimmerman introduce anche il concetto di editoria predittiva, basata sull’analisi dei dati per individuare opportunità nel pubblico dominio. L’esempio delle edizioni a grandi caratteri per istituzioni e biblioteche mostra un’applicazione concreta di questo approccio.
La narrativa resta un terreno complesso
Sul fronte della narrativa, Zimmerman mantiene una posizione più prudente. Riconosce che i modelli attuali non raggiungono il livello degli autori più affermati.
La strategia che propone non punta a imitare questi autori. Si orienta verso la costruzione di universi narrativi complessi, con molteplici personaggi e linee narrative interconnesse.
Questo approccio richiama modelli seriali già consolidati in altri settori culturali. Chi lavora tra editoria e audiovisivo riconosce dinamiche simili nella costruzione di franchise articolati. La differenza sta nella capacità delle macchine di gestire grandi quantità di informazioni e mantenere coerenza interna.
Il libro come struttura leggibile anche dalle macchine
Un passaggio particolarmente tecnico dell’intervista riguarda la trasformazione del libro in un oggetto progettato anche per essere elaborato da sistemi intelligenti. Zimmerman parla di libri “ragionabili” dalle IA.
Questo implica un’attenzione diversa alla struttura del contenuto. Metadati, organizzazione semantica, formati interoperabili diventano elementi fondamentali dell’universo libro.
Molti editori continuano a trattare i metadati come un passaggio obbligato per la distribuzione. In questo scenario assumono un ruolo strategico. La visibilità di un contenuto dipende anche dalla sua leggibilità tecnica. Chi lavora con piattaforme digitali e archivi editoriali osserva già questo fenomeno. I contenuti strutturati in modo più accurato emergono con maggiore facilità nei sistemi di ricerca e nelle piattaforme di raccomandazione.
Esisteranno ancora lettori in futuro?
Zimmerman chiude il suo ragionamento con un dato che pesa più di qualsiasi discussione tecnologica. Il 40% degli americani non ha letto nemmeno un libro nel 2025. Questo dato impone una riflessione che va oltre i modelli produttivi. Il problema riguarda l’attenzione e le abitudini culturali.
Il progetto Not A Miracle Readers si rivolge alla fascia tra 9 e 12 anni, con contenuti legati all’attualità e progettati per competere con altri media. Qui la tecnologia rappresenta uno strumento, ma resta incapace di risolvere il problema strutturale. Il libro si confronta oggi con un ecosistema in cui l’attenzione si distribuisce su piattaforme che operano con logiche diverse.
The big question is…
Devo dire che dopo aver letto l’intervista di Zimmerman ho un provato una sensazione strana, indefinibile. Un po’ di disagio? Certo, perché ho l’impressione che sfugga sempre il focus centrale: perché facciamo tutte queste cose? Perché qualcuno fa l’editore? Perché compriamo un libro? Perché vogliamo leggere un libro? Perché qualcuno vuole scrivere un libro?
C’entrano solo i soldi, i costi, l’ottimizzazione dei sistemi? A livello industriale sicuramente sì, ma a livello umano? E, soprattutto, interessa ancora a qualcuno il livello umano? Certo, il modello proposto da Zimmerman non sostituisce nel breve periodo l’editoria tradizionale, ma ne evidenzia le criticità.
Porta alla luce costi, rigidità operative e abitudini consolidate. Costringe a interrogarsi su processi che spesso vengono accettati senza revisione. Se lavorate in questo settore, la questione non riguarda l’adozione generica dell’intelligenza artificiale. Riguarda le aree specifiche in cui può intervenire e quelle in cui il valore umano resta determinante.
Resta anche una domanda più difficile da affrontare. Quanto siete disposti a rivedere il vostro ruolo all’interno della filiera editoriale? Perché fate il lavoro che fate?
Zimmerman non insiste sulla tecnologia in senso stretto. Insiste sulle conseguenze che questa tecnologia produce sulle strutture esistenti. Ed è qui che il confronto diventa meno teorico e molto più concreto.
P.S.
*I Big Five sono i cinque grandi colossi editoriali USA. Chiamare il proprio progetto BigFiveKiller sembra una dichiarazione di guerra molto esplicita e, al tempo stesso, molto ironica.