Crisi del giornalismo, “il problema non è la caduta ma l’atterraggio”

La grande crisi dei gruppi editoriali continua ma ai piani alti tutti si ripetono “fino a qui tutto bene”.

Il mondo editoriale sta vivendo ormai una crisi che affonda le sue radici negli anni ’90. La nascita di internet e del world wide web è stata infatti sottovalutata in maniera inconcepibile dai grandi colossi editoriali che oggi si ritrovano a fare i conti con una crisi di proporzioni devastanti.

I motivi sono molteplici (questo bell’articolo di Anna Maserà è illuminante), ma credo che alla base di questa incredibile mancanza di lungimiranza ci sia stata una gestione politica dei grandi gruppi editoriali che, tra gli anni ’60 e ’90, sono diventati dei colossi basati su dinamiche altre rispetto al loro core business. La notizia e l’informazione non erano il perno dei giornali che erano diventati semplicemente uno strumento per proporre contenuti di vario tipo a un gruppo di utenti molto vasto.

Tutto comprensibilissimo, sia chiaro, ma con queste premesse era inevitabile che si sarebbe arrivati al punto attuale. Il punto a mio avviso è molto semplice: se il tuo business sono soltanto i tuoi utenti, e quindi un quotidiano è uno strumento per veicolare principalmente pubblicità o contenuti più o meno sponsorizzati (da sponsor politici, ideologici o economici, scegliete voi quello che preferite), quando arriva qualcuno che è più bravo di te a “fare utenti” allora sei finito.

“Fino a qui tutto bene”

La responsabilità maggiore di questa Caporetto infinita è senza dubbio dei gruppi dirigenti che, proprio come nella famosa storiella raccontata in Le Haine continuano a cadere dal palazzo di 50 piani ripetendosi, piano dopo piano, “fino a qui tutto bene”.

Il problema di fondo è che il momento dell’atterraggio si sta avvicinando sempre di più e non sembra che nessuno sia in grado di guardare in faccia la realtà dei numeri. Le uniche soluzioni? Prepensionamenti (naturalmente a caso, quindi restano i paraculati e spesso invece si tagliano quelli bravi), tagli a destra e a manca, collaboratori pagati 15 euro lordi a pezzo (mentre i mega direttori naturali o i super inviati vip tuonano contro il sistema dall’alto dei loro centordicinimila euro al mese più rimborso spese anche quando prendono il caffè al bar sotto casa).

Per non parlare dei giornalisti in pensione che continuano a scrivere regolarmente sui quotidiani erodendo spazio e risorse ai giovani. Che poi alla fine non è neppure vero perché ormai anche i giovani giornalisti hanno smesso di guardare ai giornali stampati come a un punto di arrivo.

Succede allora che l’unico giornalista in Afghanistan al momento dei ritiro delle truppe occidentali sia un freelance, o che un altro giornalista decida di andarsene in Siria in vacanza per raccontare quello che sta succedendo.

Si continua a cadere ma la colpa è sempre di qualcun altro

Fino a qui tutto bene, si diceva, al massimo ci si lamenta contro “i pirati del web” che uccidono i giornali, contro la crisi, contro gli smartphone, contro i social, contro Amazon, contro la gggente che non legge più, contro gli analfabeti di ritorno brutti e ignoranti, contro le edicole che chiudono e blablablabla….

Nessuno che abbia il coraggio di dire che, molto semplicemente, chi la classe dirigente di questo settore sta raschiando il fondo del barile perché ha troppo da perdere e niente da guadagnare dalla rivoluzione che ormai è in atto da decenni.

E quindi che succederà? Niente, si andrà avanti così finché non sarà rimasto nessun fondo da raschiare, naturalmente sulla pelle degli altri e, possibilmente, con una bella fetta di soldi pubblici.

E intanto, tra una lamentela e l’altra il momento dell’atterraggio si avvicina.

Un commento

  1. speriamo non sia il momento dell’atterraggio ma dello schianto

    Del resto Molinari è talmente flaccido che la botta non la sente neanche, si spappola come un caco. Firmato Doctor Pfizer

    >

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