«Nell’editoria digitale», scrive Bill McCoy su Publisher Weekly, «il domani arriva presto. E buona parte di quella che oggi ci sembra saggezza condivisa, diventerà presto un qualcosa che potrebbe portarci fuori strada».

Il presupposto di McCoy assomiglia molto ai ragionamenti che facciamo spesso su queste pagine: per sopravvivere a cambiamenti così rapidi dell’ecosistema editoriale è necessaria una comprensione tattica, di breve periodo, su quello che sta succedendo. Ma ancora di più è importante una visione strategica su come sarà il mondo domani.

McCoy individua sette falsi miti su cui spesso indugiamo quando cerchiamo di disegnarci un quadro dell’editoria digitale. L’esempio forse più intuitivo è quello che riguarda i DRM. L’idea di dover proteggere i libri per ridurre la pirateria, scrive Bill, si sta dimostrando sbagliata.

Si tratta di una scelta tecnologica «che crea solo frustrazione nei lettori». Ci sono diversi esempi di editori che hanno scelto di non «bloccare» i libri senza per questo veder aumentare la pirateria.

Un altro dei falsi miti è quello secondo cui «gli autori non hanno più bisogno degli editori». La posizione di McCoy è equilibrata: «un certo numero di autori hanno avuto successo utilizzando il self-publishing. E chiaramente non si tratta di una moda del momento: il self-publishing è destinato a rimanere una tendenza importante». Ma se «gli editori sono destinati a perdere molti dei privilegi da gatekeeper, tantissimi libri rimarranno il frutto di una collaborazione tra autore ed editore.»

Poi Bill sfonda una porta aperta. Non nomina direttamente Amazon (come fanno molti, dicevamo la scorsa settimana) ma suggerisce che non ha tanto senso temere le posizioni monopolistiche. «Durante le forti transizioni», ricorda, «le cose possono cambiare in fretta». E fa l’esempio di AOL, che un tempo dominava in maniera assoluta l’accesso a Internet ma oggi è preistoria.

Leggi tutto l’articolo di Giuseppe Granieri su La Stampa

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