Sta facendo molto discutere in questi giorni la protesta attuata dalla maggior parte dei siti statunitensi contro il SOPA (Stop Online Piracy Act), il progetto di legge studiato dal congresso americano per bloccare la pirateria online su pressione delle grandi lobby editoriali e musicali statunitensi (e non solo).

La protesta, guidata da Wikipedia, ha letteralmente infiammato la rete e si è estesa anche ai colossi del web, con l’unica eccezione di Facebook che sembra ignorare totalmente la cosa. Particolare quantomeno bizzarro dato che il social network di Zuckenberg in base a questa nuova proposta potrebbe venire completamente oscurato anche se un solo utente caricasse del materiale protetto da copyright.

Perfino Google ha aderito alla protesta anche se in maniera molto timida, ma del resto stiamo parlando di un colosso quotato in borsa e che quindi deve confrontarsi con logiche molto più complesse.

Dispiace comunque vedere che, a parte qualche lodevole eccezione, in Italia il tema sia passato praticamente sotto silenzio (soprattutto su carta stampata e tv perché in rete un po’ se ne parla), dimostrando ancora una volta come ormai il nostro paese sia quasi del tutto fuori dalle grandi discussioni culturali internazionali (perché è di questo che stiamo parlando). Era già successo quando venne pubblicato La coda lunga di Chris Anderson, praticamente ignorata dagli intelligentoni della cultura italiana, continua a succedere oggi con il SOPA.

Ad ogni modo se da un lato è più che comprensibile la richiesta di tutela del copyright da parte dei legittimi proprietari, è indubitabile anche che non è più possibile pensare di poter applicare vecchi schemi a nuovi scenari.

C’è bisogno che l’intero diritto d’autore venga ripensato e che vengano stabilite nuove norme che tengano conto della realtà. Il mondo della musica è stato il primo ad essere investito dallo tsunami del web e quindi è interessante notare come sia cambiato il modello di businnes per chi deve confrontarsi quotidianamente con la pirateria online (chiamiamola così).

C’è stato chi come i Metallica ha portato in tribunale interi faldoni con gli indirizzi IP di tutti gli utenti che avevano scaricato i loro brani da Napster (e chi se lo ricorda più Napster? Era solo qualche anno fa ma sembra preistoria…), e artisti come Peter Gabriel che si sono detti più volte contrarissimi ad ogni forma di apertura nei confronti di una minore tutela del copyright.

Poi ci sono gruppi come i Pearl Jam o i Radiohead che mettono addirittura on line gratis le loro canzoni o addirittura interi album, o band come gli Iron Maiden o i Chickenfoot che invitano ad ogni concerto i loro fans a registrare con il telefonino spezzoni di live e di caricarli poi su youtube. Risultato? I loro concerti sono sempre sold out e i loro album continuano a vendere mediamente ai livelli pre-internet (se non addirittura di più in alcuni casi).

Questi comportamenti dovrebbero far riflettere che bisogna sapersi adattare al cambiamento studiando nuove forme di business (nella musica ormai la vendita del disco è diventato un business marginale), interpretare in maniera originale e creativa i nuovi codici e, soprattutto, rendersi conto che il mondo è cambiato.

Non va dimenticato che il concetto di copyright è relativamente recente: non sta scritto da nessuna parte infatti che l’attuale sistema di tutela del copyright sia il migliore in assoluto, né che sia il più giusto. Non siamo di fronte ad un “diritto naturale” ma ad una forma di diritto che si evolve con l’evolversi della società e che di conseguenza può essere cambiata.

L’alternativa è un luddismo di ritorno verso la rete in difesa della divinità copyright: ma se in letteratura abbiamo visto che la Jihad Butleriana ha raggiunto i suoi scopi dubito che ciò possa succedere nella realtà.

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