Gen Z, identità digitale e intelligenza artificiale: come cambia il lavoro degli editori

Gen Z, identità digitale e intelligenza artificiale stanno cambiando editoria, lettori e lavoro: le nuove sfide per editori e professionisti.

Per anni la trasformazione digitale dell’editoria è stata raccontata soprattutto come una questione di formati e piattaforme. Prima gli ebook, poi gli audiolibri, i social network, TikTok, gli abbonamenti e infine l’intelligenza artificiale. Ma concentrarsi esclusivamente sugli strumenti rischia di nascondere un cambiamento più profondo: stanno cambiando le persone, il modo in cui costruiscono la propria identità, il rapporto con i contenuti e persino le aspettative nei confronti del lavoro.

La Generazione Z rappresenta probabilmente il primo pubblico cresciuto considerando la dimensione digitale come una parte naturale della propria esperienza quotidiana. Non esiste più una separazione netta tra vita online e offline. Relazioni, interessi, consumi culturali e rappresentazione personale si sviluppano contemporaneamente nei due ambienti.

I contenuti partecipano alla costruzione dell’identità

Libri, film, musica e prodotti culturali hanno sempre contribuito alla costruzione dell’identità individuale. Nell’ecosistema digitale, però, questo processo assume caratteristiche nuove.

Ciò che leggiamo, guardiamo o ascoltiamo può essere immediatamente condiviso, commentato e trasformato in un elemento della nostra rappresentazione pubblica. Una fotografia di un libro pubblicata su Instagram, una recensione su TikTok o una playlist condivisa non raccontano soltanto un prodotto culturale: raccontano qualcosa della persona che li pubblica.

Il contenuto diventa quindi anche uno strumento attraverso il quale l’utente comunica chi è, quali valori condivide e a quale comunità sente di appartenere.

Questo meccanismo spiega in parte fenomeni come BookTok. Il successo di determinati titoli non nasce soltanto dalla qualità percepita del libro o dalla capacità promozionale dell’editore. Nasce dalla possibilità che una comunità riconosca quel libro come qualcosa capace di rappresentarla.

In un contesto di questo tipo gli editori devono passare da una comunicazione costruita esclusivamente intorno al prodotto a una strategia che tenga conto delle comunità che possono svilupparsi intorno a quel prodotto.

Individualismo e bisogno di appartenenza

Uno degli aspetti apparentemente contraddittori della cultura digitale contemporanea è la convivenza tra una forte valorizzazione dell’individualità e un altrettanto forte bisogno di appartenenza.

Le piattaforme digitali incentivano la costruzione di un’identità personale molto riconoscibile. Allo stesso tempo, gli utenti cercano continuamente comunità con cui condividere interessi, linguaggi e valori.

In questo contesto anche il consumo culturale acquista una dimensione sociale particolarmente importante.

Il lettore oggi vuole partecipare alla conversazione intorno a quel libro, seguire l’autore, discuterne con altri lettori e utilizzare quella lettura come elemento della propria presenza digitale.

Per questo motivo costruire una community può diventare importante quanto costruire un catalogo.

Naturalmente non significa che ogni editore debba trasformarsi in una piattaforma sociale. Significa però comprendere che il rapporto tra pubblico e contenuto non termina più nel momento dell’acquisto.

Il problema dell’autenticità

Più aumenta la quantità di comunicazione prodotta attraverso strumenti digitali, maggiore diventa il valore attribuito all’autenticità.

La Gen Z è cresciuta in un ambiente dominato dalla comunicazione commerciale, dagli influencer, dalla pubblicità personalizzata e dagli algoritmi. Proprio per questo tende a riconoscere rapidamente i messaggi percepiti come costruiti esclusivamente per vendere qualcosa.

Le aziende editoriali devono quindi affrontare un problema di credibilità. Non basta dichiarare di essere innovativi, inclusivi, sostenibili o vicini ai lettori. Questi valori devono emergere concretamente dai comportamenti dell’azienda, dalle persone che la rappresentano e dalle scelte editoriali.

Anche la comunicazione istituzionale è cambiata. Per molto tempo le aziende hanno cercato di costruire una voce impersonale e perfettamente controllata. I social network hanno progressivamente spostato l’attenzione verso persone con ruoli precisi: editor, autori, librai, traduttori, creator e professionisti capaci di instaurare un rapporto diretto con il pubblico.

La fiducia si costruisce attraverso una relazione continuativa.

La Gen Z cambia anche le aziende editoriali

La trasformazione riguarda anche il mercato del lavoro. Le nuove generazioni sembrano attribuire meno importanza rispetto al passato alla carriera costruita esclusivamente attraverso gerarchie aziendali e avanzamenti progressivi. Cresce invece l’attenzione verso autonomia, qualità del lavoro, possibilità di partecipare alle decisioni e coerenza tra valori personali e cultura dell’organizzazione.

Molti editori continuano a essere organizzati secondo modelli fortemente gerarchici, nei quali le decisioni vengono prese ai livelli più alti e i professionisti più giovani devono attraversare lunghi periodi di apprendistato prima di avere una reale capacità di influenza.

Ma proprio i lavoratori più giovani possiedono spesso competenze decisive per comprendere piattaforme, linguaggi e comportamenti digitali.

Considerarli semplicemente come persone che devono imparare dai colleghi più esperti può quindi essere un errore.

Il trasferimento delle competenze deve diventare bidirezionale. L’esperienza editoriale continua a essere fondamentale, ma deve confrontarsi con conoscenze maturate direttamente negli ambienti digitali.

L’intelligenza artificiale non risolverà i problemi dell’editoria

La stessa logica vale per l’intelligenza artificiale. L’AI generativa può rappresentare uno strumento molto utile per il settore editoriale. Può accelerare alcune ricerche, organizzare informazioni, produrre bozze preliminari, automatizzare attività ripetitive e intervenire in numerosi processi amministrativi o produttivi.

Il rischio nasce quando la tecnologia viene considerata una soluzione in grado di risolvere automaticamente problemi che hanno origini organizzative o strategiche.

Un algoritmo può rendere più veloce una determinata operazione. Non può però stabilire da solo quale direzione editoriale debba seguire un marchio, quali autori meritino un investimento o quale rapporto costruire con una comunità di lettori.

L’intelligenza artificiale può riconoscere schemi all’interno di grandi quantità di dati, ma il giudizio editoriale richiede contesto, esperienza e capacità di interpretazione. Per ora le decisioni umane restano ancora fondamentali (per ora…).

Prima il problema, poi la tecnologia

Negli ultimi anni molte aziende hanno introdotto strumenti digitali semplicemente perché rappresentavano la novità del momento. È accaduto con i social network, con le app, con la blockchain e oggi succede la stessa identica cosa con l’intelligenza artificiale.

Ma adottare una tecnologia senza avere individuato chiaramente il problema da risolvere difficilmente produce innovazione.

Un editore dovrebbe partire da domande molto più semplici: quali attività assorbono troppo tempo? Dove si verificano gli errori? Quali informazioni vengono utilizzate male? Quali processi possono essere automatizzati senza ridurre la qualità?

Solo successivamente diventa utile individuare lo strumento tecnologico più adatto. È una distinzione fondamentale perché separa la digitalizzazione dalla trasformazione. Digitalizzare significa introdurre strumenti digitali all’interno di processi esistenti. Trasformare significa ripensare quei processi.

Una trasformazione culturale

La tecnologia continuerà a cambiare rapidamente. Gli strumenti di intelligenza artificiale disponibili oggi saranno probabilmente molto diversi da quelli che utilizzeremo tra qualche anno (forse già l’anno prossimo). Per questo motivo inseguire continuamente l’ultima piattaforma potrebbe rivelarsi una strategia sterile.

La questione più importante riguarda la capacità delle aziende editoriali di adattare organizzazione, competenze e cultura a un pubblico che cambia altrettanto rapidamente.

Significa comprendere che i lettori oggi sono diventati membri di comunità. Dimenticatevi i “consumatori” di una volta, soprattutto in ambito culturale. Significa riconoscere che i giovani professionisti possiedono già oggi competenze che possono contribuire alla trasformazione di un’azienda. Significa utilizzare l’intelligenza artificiale per migliorare il lavoro editoriale senza rinunciare alle competenze che rendono quel lavoro realmente editoriale.

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