La Francia dichiara guerra a Amazon, al mercato e alla concorrenza

La Francia si dimostra ancora una volta come uno dei paesi più protezionisti d’Europa, nonostante le normative UE. La guerra aperta a Amazon è l’ennesima conferma di questo atteggiamento super protezionistico

La Francia non ha mai brillato per la libertà del suo mercato interno: da sempre i francesi, infischiandosi allegramente delle normative europee (che evidentemente valgono solo per l’Italia e gli altri paesi “minori” dell’UE), sono uno dei paesi più protezionisti d’Europa.

La guerra aperta a Amazon è soltanto l’ultimo episodio di un atteggiamento super protezionistico che i Francesi sono molto bravi a criticare e a denunciare quando si tratta di entrare nei mercati altrui. Parigi sta serrando le fila contro il colosso di Seattle, con due nuove iniziative destinate a far discutere.

Il Senato francese ha infatti votato all’unanimità a favore della legge che difende le librerie fisiche rispetto agli store online (ricordiamo che in Francia internet vale il 20% del mercato del libro). Ricordiamo infatti che in Francia il prezzo dei libri è fissato a livello nazionale e non può essere soggetto a sconti superiori al 5% sul prezzo di copertina, alla faccia della libertà di mercato.

Sta per essere varata inoltre una vera e propria legge anti-Amazon che proibirà a tutti i negozi online di effettuare spedizioni gratuite. L’ennesimo tentativo di privilegiare le librerie fisiche difendendole dalla sempre più agguerrita concorrenza degli store online.

In pratica i rivenditori online dovranno fare una scelta: o applicare uno sconto del 5% sul prezzo di copertina o effettuare la spedizione gratuita, ma anche in questo caso il prezzo finale non potrà essere inferiore al 5% del prezzo complessivo, con buona pace dei consumatori.

Il governo francese ha fatto dunque una scelta ben precisa: difendere e privilegiare una categoria professionale a discapito dei consumatori e, soprattutto, a discapito di un altra categoria di lavoratori. Se mai la Storia ci ha insegnato qualcosa però è che questo tipo di difese disperate dello status quo sono inevitabilmente destinate a fallire, con buona pace dei governi e delle lobby economiche.

Sarà interessante vedere se l’Unione Europe avrà il coraggio di dire qualcosa a proposito oppure se preferirà girarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere, come accade ogni volta che ci sono di mezzo Francia e Germania.

7 commenti

  1. Ok, chiediti però perché in Francia l’editoria funzioni ancora, mentre in Italia nemmeno i giornalisti del Fatto (il giornale più in attivo) vengono pagati. È vero che la Francia è protezionista, ma a livello europeo deve ancora essere presa una decisione su come trattare i fenomeni di elusione fiscale dei colossi del web (dibattito previsto per il 2015).
    La proposta della Francia mi sembra comunque molto più equilibrata di quella messa in campo dall’Italia, che costringe all’apertura di una partita iva italiana per chi investe in pubblicità on-line.
    Si tratta di un tentativo di equilibrare la concorrenza, e non è affatto a sfavore dell’editoria digitale o dell’e-commerce, ma serve a garantire condizioni fiscali di partenza simili per chi ha sede in Francia e chi ha sede in altri paesi.

    • Che la proposta dell’Italia sia assolutamente folle siamo d’accordo, non è neanche il caso di mettersi a discutere. Che l’editoria in Francia funzioni ancora è un’affermazione un tantinello esagerate. Il sistema editoriale europeo infatti è da sempre mantenuto in vita da finanziamenti pubblici e da un controllo politico molto rigido. Si tratta di un cadavere che viene tenuto in vita artificialmente e che serve soltanto per drenare soldi verso i soliti noti, per questo motivo è destinato a fallire.
      Se poi i giornalisti non vengono pagati (cosa che succede anche all’estero molto più di quanto si creda) è, molto banalmente, perché l’offerta supera la domanda e, soprattutto, perché c’è gente che è così stupida da accettare di lavorare gratis.

      • Non sono d’accordo. L’editoria in Francia risente della crisi, ovviamente, ma è ancora molto più in salute delle sue “colleghe” europee. (sui fondi pubblici all’editoria: per me sono importanti, il settore non è un cadavere, andrebbero solo riformulati, ma non mi addentrerei in questo discorso)

        Poi commetti un grande errore in quello che scrivi: l’idea che si voglia tutelare solo il mondo dell’editoria e che si vada a discapito di consumatori e lavoratori.
        Primo, un lavoratore è anche un consumatore, ed è il suo lavoro che gli permette di poter consumare.
        Secondo, Amazon vende di tutto, inclusa musica e hi-tec. La legge anti-Amazon serve a tutelare il mercato interno, dove le tasse sono molto alte, dal mercato di colossi extra-europei che prendono sede in paradisi fiscali europei (non li definirei in altri modi). Ad esempio Google ha la sede europea a Parigi, eppure paga le tasse in Irlanda.
        Questo problema, che è sotto gli occhi di tutti i paesi, dovrà comunque essere affrontato anche in sede europea. I tentativi goffi, e al limite degli accordi, attuati dai paesi più grossi (e con fiscalità più pesante) servono solo a tamponare un vuoto normativo.

        La situazione invece è molto diversa se parliamo di Uber e simili: lì sì che puoi farti una risata sui provvedimenti francesi a scapito del consumatore.

  2. Amazon vende di tutto, ma lo scandalo scoppia solo quando si parla di editoria: ti sei mai chiesto perché? Perché, al di là del lavoratori (e qui ci sarebbe molto da dire), l’editoria è un sistema che finora è vissuto fuori dalle leggi del mercato, soprattutto in Italia, ma anche in molti paesi europei come la Francia. E questo perché l’editoria è funzionale alla politica che da sempre esercita una forma di pressione molto forte, tanto che a volte si può tranquillamente parlare di controllo se non addirittura di proprietà.

    Il problema della tassazione è un problema reale e che dimostra chiaramente che finché non ci sarà un’unità fiscale l’Europa sarà soltanto un giochino politico privo in influenze realmente positive sui cittadini europei. Ma anche qui siamo alle solite: nessuno si è mai scandalizzato sul fatto che le multinazionali paghino le tasse dove vogliono (vedi Nestlè o anche un’azienda molto più piccola come Ryanair), ma se la cosa tocca l’informazione allora tutti gridano allo scandalo. Chissà come mai…

    • Guarda che sei tu che associ lo “scandalo” all’editoria: è da anni che si parla di questo problema e che la discussione in commissione europea viene rinviata. La legge anti-Amazon (chiamata così dai giornali) coinvolge tutti i colossi dell’e-commerce e i loro servizi/prodotti nel tentativo di tutelare i produttori e distributori nazionali.
      La Nestlé viene venduta nei supermercati, i quali pagano l’IVA e le tasse in Italia. Amazon non è un produttore, è un rivenditore e vende in tutta Europa ma paga l’IVA solo in Lussemburgo.

  3. Secondo te Ryanair paga le tasse in Italia? Per il resto Amazon approfitta di un vuoto normativo che stupidamente l’Europa non colma. E, tra l’altro, ci sarebbe anche da discutere sul fatto che sia corretto o meno far pagare le tasse nei diversi paesi ai vari protagonisti del mondo online. Amazon e Google ad esempio fanno il loro business grazie a investimenti fatti negli USA, con milioni di dollari investiti in ricerca negli USA e con un sistema tecnologico interamente sviluppato negli USA, quindi anche qui sarebbe da discutere. Qui si parla di rifondare completamente il sistema fiscale, per lo meno per quanto riguarda l’Europa, che finché continuerà ad avere diverse fiscalizzazioni a livello nazionale resterà un’eterna incompiuta. Ma questa è una cosa ben diversa dal fare una legge anti-Amazon per “tutelare i produttori e distributori nazionali” che è una palese forma di protezionismo e che dunque, come tale, dovrebbe essere apertamente contrastata dall’UE.

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