Il mondo della musica è stato uno dei primi settori dell’industria editoriale ad essere investito dalla rivoluzione digitale: oggi può sembrare quasi archeologia ma sul finire degli anni ’90 l’avvento degli mp3 e di Napster hanno riscritto le regole di un settore che sembrava aver trovato una sua quadratura del cerchio.

Oggi l’editoria cartacea sta attraversando una fase simile con gli ebook e i grandi store digitali che hanno già rivoluzionato uno scenario che, di fatto, era ormai consolidato da quasi un secolo.

Il punto di fondo è che quello che sta cambiando, proprio come è successo nel mondo della musica, è l’apparato industriale (chiamiamolo così) che sta dietro alla lettura. In un contesto di questo tipo quello che mi lascia basito è vedere come il mondo dell’editoria cartacea non abbia imparato nulla da quanto successo all’industria musicale: tutti i grandi (sic!) editori infatti stanno ripetendo gli stessi errori fatti dalle majors a suo tempo.

C’è però un aspetto quantomeno curioso e che vorrei sottolineare. La situazione attuale infatti ha fatto emergere la differenza di posizioni nei confronti del selfpublishing da parte di questi due mondi: se da un lato l’editoria tradizionale si è schierata in maniera compatta e monolitica contro il selfpublishing, è curioso notare come invece nella musica da sempre le autoproduzioni siano sinonimo di maggior credibilità artistica e qualità.

Per capire di cosa stiamo parlando è importante sottolineare che anche l’industria musicale ha i suoi “editor”: stiamo parlando dei produttori, personaggi che hanno sempre avuto un ruolo determinante nel successo (o nel flop) di un album.

La prima macroscopica differenza tra musica ed editoria sta nel fatto che mentre nel mondo dei libri l’editor non viene mai nominato anzi, si è arrivati a creare una pericolosa confusione tra editor e ghost writer proprio per questa mancanza di trasparenza, nel mondo musicale invece il produttore è una figura centrale nel processo creativo di un album, tanto che i produttori più famosi sono vere e proprie rock star e non è affatto facile riuscire a lavorare con loro (non ricordo casi di scrittori che abbiano litigato a suon di migliaia di dollari per accaparrarsi il miglior editor sulla piazza, ma forse sono io che ho una memoria corta).

In pratica il fatto che il produttore abbia massima visibilità fa sì che il suo lavoro sia molto chiaro e definito e, attenzione, questo non sminuisce affatto il ruolo centrale dei musicisti. Spesso c’è anche chi interpreta il doppio ruolo di musicista e di produttore, cosa che non viene assolutamente vista in maniera negativa, anzi. Nell’editoria cartacea è rarissimo invece trovare un autore che sia anche l’editor di se stesso anzi l’impressione è che i mr. bestsellers fatichino perfino ammettere di aver lavorato insieme ad un editor (per non parlare dei ghost writer).

Arriviamo dunque alle autoproduzioni: non riesco davvero a capire perché l’autopubblicazione di un autore sia a priori considerata come un qualcosa di nefasto.

Ricordo che, giusto per fare un esempio, nella musica in passato abbiamo visto situazioni paradossali, come l’ondata di disgusto dello zoccolo duro dei fan dei Mano Negra quando la band firmò il primo contratto con la Virgin: la paura (immotivata per altro) era che il gruppo non avrebbe più avuto la totale libertà artistica sulla sua musica a causa delle interferenze dei discografici (ancora una volta non ricordo di fan di celebri scrittori preoccupati per la libertà artistica dei loro autori preferiti perché avevano firmato con un grande editore).

E qui arriviamo a quello che, a mio avvio, resta il grande paradosso di tutta la faccenda: nel mondo della musica commerciale il lato artistico viene percepito come fondamentale per una parte importante dei fan, dei i critici e di gran parte dei musicsti, nel mondo dell’editoria dove il lato artistico viene presentato come importantissimo, invece, è di fatto messo in secondo piano rispetto agli aspetti più tecnici e commerciali.

Aggiungo un paradosso: nel mondo editoriale si vuole far passare a tutti i costi il concetto che la qualità e il successo di un libro dipendano esclusivamente dal suo autore, quando di fatto non è così perché entrano in gioco tutta una serie di fattori importantissimi che a volte determinano il successo di un libro molto più dell’autore stesso (prezzo, copertina, editing, distribuzione, marketing, promozione, ecc).

E la cosa è tanto più assurda se si considera che, per continuare nel nostro esempio, è palese che la figura centrale che sta dietro alla produzione di un album è il musicista (o la band) ma nessuno si sognerebbe mai di dire che non c’è un importante contributo da parte di tutto lo staff. Lo stesso peraltro succede nel cinema: è chiaro che un regista (a certi livelli) fa la differenza come è altrettanto chiaro che un regista deve saper scegliere i collaboratori giusti per poter realizzare il miglior risultato possibile. Quando parliamo di editoria invece no, ritorna il vecchio e desueto concetto per cui “l’autore” è l’unico nome da associare al libro (a fatica ormai si trovano i nomi dei traduttori e degli autori delle copertine…).

Inizio a pensare che si tratti di una precisa scelta di marketing, dato che da tempo il criterio dei grandi gruppi editoriali non è più pubblicare un libro bello, artistico, o culturale (tranne rare eccezioni): l’unico criterio di selezione è che quel libro possa vendere (attenzione, credo che sia un atteggiamento più che legittimo, stiamo parlando di imprese che devono far quadrare i conti). Ma proprio perché nel mondo musicale succede la stessa cosa il selfpublishing, chiamato più semplicemente autoproduzione, ha per i fan un grandissimo valore.

L’industrializzazione del mondo editoriale invece ha completamente ribaltato questi concetti tanto che il selfpublishing è diventato più o meno sinonimo di spazzatura. E, per carità, spesso può anche essere vero ma l’impressione è che il mondo delle lettere abbia alzato questo muro solo per difendersi dai barbari. Ma vi ricordo che nemmeno la muraglia cinese è riuscita a salvare la Cina dai Mongoli… (ah, è proprio vero che la Storia non ha mai insegnato nulla a nessuno).

E infatti succede che, grazie ai cambiamenti tecnologici, il selfpublishing oggi è diventato qualcosa che ha importanti prospettive commerciali (sottolineo quel “commerciali”) ed ecco allora che tutti i grandi gruppi editoriali si turano il naso e iniziano a pensare a come fare per sfruttare il fenomeno.

Qui sta il controsenso di tutta la questione, la palese dimostrazione di come la qualità letteraria di un opera o il suo valore artistico siano l’ultimo dei problemi per i grandi gruppi editoriali: è come se i ristoranti stellati Michelin cercassero di aprire dei fastfood con il loro marchio perché hanno visto che quello è un sistema redditizio e che funziona, rinnegando quindi il loro stesso DNA.

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