Con questo post voglio elencare quelli che a mio avviso sono i 5 errori fondamentali che gli editori tradizionali (grandi e piccoli) commettono quando hanno a che fare con gli ebook e il mercato dell’editoria digitale in generale: prezzi, copertine, classici, schemi consolidati (da rompere) e provincialismo.

  • Prezzi: gli editori sono partiti con prezzi altissimi poi, poi presi dal panico perché non vendevano una mazza hanno buttato fuori una valanga di titoli a prezzi bassissimi (penso a Feltrinelli e alla sua collana a 0.99, Fazi con la nuova collana a 1 euro…). A mio avviso una corretta logica di prezzo per il mercato italiano è quella che inquadra l’ebook tra i 2.99 e i 4.99 euro. Non a caso Amazon riconosce royalties del 70% solo al di sopra dei 2.90, proprio per evitare che sul mercato si presentino troppi titoli a prezzo stracciato. L’operazione di pricing fatta da Adelphi sui gialli di Maigret ad esempio mi è sembrata ottima (copertine a parte ma ne parliamo dopo): prima settimana di lancio a 1.99 (con il primo titolo gratis) e poi 4 nuovi titoli a settimana a 4.99. Anche Mondadori sta vendendo bene “Dieci Piccoli Indiani” e “L’Assassinio di Roger Ackroyd” di Agatha Christie a 2.99, ma tutti gli altri libri della regina del giallo vengono venduti a 6.99 e infatti stentano, pur essendoci titoli pesantissimi come “Assassinio sull’Orient Express”.
  • Copertine: riproporre in digitale le stesse copertine con cui si va in libreria è assurdo. Per quanto belle e eleganti certe copertine diventano illeggibili e insignificanti se ridotte a dimensioni di icona, che sono grosso modo le dimensioni con cui le cover vengono visualizzate dagli utenti. Servono copertine molto più semplici ed essenziali, pensate per un formato che è molto ridotto rispetto a quello tradizionale. Bisogna pensare in digitale.
  • Classici: è inutile proporre in ebook i grandi classici italiani che si possono trovare ormai quasi tutti gratis legalmente (basta dare un’occhiata alla sezione free di iBooks o di Amazon, per non parlare della rete). Può avere più senso presentare classici stranieri tradotti, ma a patto di farlo ad un prezzo particolarmente accattivamente (interessante a questo proposito la politica effettuata da Newton Compton). Avrebbe più senso riproporre classici di difficile reperibilità, testi che non vengono ristampati da anni e chicche dimenticate.
  • Schemi consolidati (da rompere): non è possibile ripetere in digitale gli stessi schemi che funzionano con il cartaceo o, per lo meno, non è sempre possibile. Servono nuove strategie, nuovi modelli di business. Gli autori brand che hanno salvato i grandi editori in questi ultimi anni ad esempio sembrano non andare  benissimo in digitale, forse sarebbe il caso di puntare più sui titoli che sugli autori. O forse è il caso di individuare nicchie di mercato interessanti a livello di massa critica. Certo, perché questo mercato cresca è indispensabile che ci siano i grandi autori, ma forse gli autori brand non sono poi così indispensabili per il mercato digitale. Siamo in pieno Far West Digitale, la storia e il cinema ci hanno insegnato che in periodi come questi vince chi ha il fucile: eppure gli editori si ostinano ad usare la pistola.
  • Provincialismo: è a dir poco assurdo vedere che quasi nessun editore abbia pensato a far tradurre in inglese, spagnolo e cinese i suoi titoli con relativa operazione di marketing per comunicare “l’assalto al tesoretto del mercato internazionale”. Sto parlando naturalmente di quegli editori che non hanno ancora venduto i diritti dei loro libri per l’estero (certo, spesso la colpa di questa situazione è degli autori e dei loro agenti). Ragionare semplicemente in termini di “italiano” è assurdo a livello digitale dato che, a fronte di un investimento ridotto, si ha la possibilità di entrare a gamba tesa su un mercato ben più consistente, e cioè quello mondiale. In questo campo bisogna anche sottolineare l’assoluta miopia del Governo e dei vari Ministeri della Cultura e del Turismo: con un investimento irrisorio si potrebbero presentare al mondo tutti i grandi classici della letteratura italiana tradotti in inglese e in cinese, per non parlare dei titoli più attuali. Stiamo parlando di un’operazione di marketing e di promozione del territorio che potrebbe avere una valenza straordinaria per tutto il Paese (ma la Svezia non ci ha insegnato niente?): ce lo vogliamo mettere in testa o no che con la cultura non solo si può mangiare, ma si può anche ingrassare? Del resto su cosa può puntare un Paese come l’Italia se non sulla Cultura? Che ve lo dico a fare…

Tutto questo naturalmente a vantaggio dei piccoli editori indipendenti che hanno saputo insinuarsi tra le pieghe del sistema sfruttandone al massimo le potenzialità e le criticità, ma attenzione perché spesso anche gli editori indipendenti ripetono gli stessi errori dei grandi editori quando si tratta di digitale. Il punto della questione non sta tanto nell’essere grandi o piccoli ma nel saper comprendere correttamente una dinamica di sistema che è diversa e che va sfruttata per quello che è.

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