L’Unione Europea chiede alle Intelligenze Artificiali di pagare il copyright: andiamo verso nuove regole per l’uso dei contenuti protetti.
L’Unione Europea torna a stringere il cerchio attorno all’intelligenza artificiale generativa. Questa volta il nodo centrale è il copyright. I legislatori europei chiedono con forza che i fornitori di sistemi di IA paghino per l’uso di opere protette da diritto d’autore, in particolare contenuti editoriali, culturali e creativi prodotti in Europa.
La politica sembra iniziare ad aver capito l’importanza strategica del copyright e la rivoluzione dell’AI, anche se come sempre la sensazione è che si stia mettendo un bel lucchettone alla stalla dopo che i buoi non solo sono scappati, ma dopo che sono stati anche cotti, mangiati e digeriti.
Al di là di tutto il nodo centrale della faccenda è molto semplice: l’innovazione tecnologica non può crescere ignorando le regole del diritto d’autore.
La richiesta arriva da un rapporto adottato dalla commissione Affari giuridici del Parlamento europeo, che sollecita un’estensione e un chiarimento delle norme applicabili all’intelligenza artificiale generativa. Al centro del documento ci sono due principi chiave: trasparenza totale sulle fonti utilizzate per l’addestramento dei modelli e una remunerazione equa per autori, editori e creatori.
Che cos’è l’IA generativa e perché il copyright è in gioco
I sistemi di intelligenza artificiale generativa rappresentano una delle evoluzioni più rapide e dirompenti del settore tecnologico. Si tratta di applicazioni capaci di creare contenuti originali, testi, immagini, audio, codice software, modelli tridimensionali, partendo dall’analisi statistica di enormi quantità di dati.
Strumenti come ChatGPT, Midjourney o Claude funzionano grazie a modelli di deep learning, in particolare i cosiddetti foundation model e le architetture transformer. Questi sistemi individuano schemi ricorrenti nei dati di addestramento e li riproducono in risposta ai prompt degli utenti, generando risultati che spesso appaiono indistinguibili da quelli prodotti da un essere umano.
Ed è proprio qui che nasce il problema. I dataset utilizzati per l’addestramento includono, in molti casi, articoli giornalistici, libri, immagini, archivi sonori e altri materiali protetti da copyright. Secondo i parlamentari europei, l’uso di queste opere non può avvenire senza regole chiare, consenso e compensi adeguati.
Il ruolo dell’editoria e il diritto di rifiuto
Uno dei passaggi più rilevanti del rapporto riguarda il settore dei media e dell’editoria. La commissione Affari giuridici chiede che l’industria dell’informazione abbia il pieno controllo sull’utilizzo dei propri contenuti per l’addestramento dei sistemi di IA, incluso un diritto esplicito di rifiuto.
In altre parole, editori e testate dovrebbero poter decidere se e come i loro archivi possano essere usati dalle piattaforme di intelligenza artificiale. Una posizione che riflette le crescenti preoccupazioni del settore giornalistico, già messo sotto pressione dalla trasformazione digitale, dal calo dei ricavi pubblicitari e dall’uso non autorizzato dei contenuti online.
La presa di posizione arriva in vista della revisione delle norme europee sul copyright, prevista per l’estate. I legislatori invitano la Commissione europea a garantire che il settore creativo ed editoriale riceva un compenso adeguato per qualsiasi utilizzo delle opere protette.
Le regole UE e il nodo dell’IA “general purpose”
L’Unione Europea ha già adottato nel 2024 un quadro normativo ampio sull’intelligenza artificiale, il cosiddetto AI Act. Le regole stabiliscono che i sistemi di IA debbano rispettare le leggi esistenti sul diritto d’autore. Tuttavia, rimangono zone grigie, soprattutto quando si parla di IA di uso generale.
I cosiddetti general purpose AI sono sistemi progettati per svolgere una vasta gamma di funzioni, non limitate a un singolo scopo. Proprio per questa loro natura trasversale, risulta complesso stabilire come e quando debbano applicarsi le norme sul copyright, in particolare quelle relative alle eccezioni per il text and data mining.
Secondo un’analisi del servizio di ricerca parlamentare, le attuali eccezioni non risultano sufficientemente chiare. Le limitazioni giuridiche e l’incertezza normativa continuano a rappresentare un problema, soprattutto per il mondo accademico e per i detentori dei diritti.
La posizione politica: trasparenza, legalità, compensi
A spingere con decisione il tema all’interno del Parlamento europeo è stato l’eurodeputato tedesco Axel Voss, già noto per il suo ruolo nelle precedenti riforme del copyright digitale:
“L’intelligenza artificiale generativa non deve operare al di fuori dello stato di diritto. Se opere protette da copyright vengono utilizzate per addestrare sistemi di IA, i creatori hanno diritto a trasparenza, certezza giuridica e una remunerazione equa”.
Il messaggio è politico prima ancora che tecnico. L’innovazione non viene messa in discussione, ma deve convivere con la tutela dei diritti, come ha sottolineato Voss:
“L’innovazione non può avvenire a spese del copyright. Le due cose possono e devono coesistere”.
Verso il voto in plenaria
Il rapporto è stato approvato in commissione con una larga maggioranza e sarà sottoposto al voto dell’intero Parlamento europeo durante la sessione plenaria di marzo. Anche se non si tratta ancora di una legge vincolante, il documento rappresenta un segnale politico forte nei confronti della Commissione e delle grandi piattaforme tecnologiche.
Per l’editoria digitale, il mondo dei contenuti e le industrie creative europee, la partita è cruciale. La regolazione dell’intelligenza artificiale non riguarda solo la tecnologia, ma il valore economico e culturale delle opere.
La sfida dei prossimi mesi sarà trovare un equilibrio tra sviluppo dell’IA e sostenibilità dei modelli editoriali, evitando che l’automazione diventi una nuova forma di sfruttamento invisibile del lavoro creativo.
In Europa, almeno nelle intenzioni del legislatore, l’IA dovrà imparare una lezione fondamentale: anche gli algoritmi devono rispettare il copyright.