Il far west del copyright sta per finire? L’Intelligenza Artificiale non può più sfuggire alla questione delle licenze di utilizzo dei contenuti.
La battaglia legale sull’intelligenza artificiale generativa entra in una fase nuova, più dura, più strutturata.
Due dei più grandi gruppi editoriali al mondo, Hachette Book Group e Cengage, hanno chiesto formalmente di intervenire nella class action contro Google per l’uso illecito di opere protette dal diritto d’autore nell’addestramento del modello di intelligenza artificiale Gemini. Una mossa che segna un cambio di passo netto nel confronto tra industria editoriale e Big Tech.
Secondo i documenti depositati in tribunale, Google sarebbe responsabile di “una delle più prolifiche violazioni di materiale protetto da copyright nella storia”. Non una forzatura retorica, ma una presa di posizione che mira a ridefinire i rapporti di forza in un settore che da anni subisce decisioni tecnologiche calate dall’alto.
Una causa che diventa sistemica
Il procedimento è attualmente davanti alla giudice Eumi K. Lee presso la U.S. District Court per il Northern District della California. La causa era stata avviata nel 2023 da un gruppo di scrittori e illustratori indipendenti, preoccupati per l’uso non autorizzato delle proprie opere nei sistemi di intelligenza artificiale generativa.
Con l’ingresso di Hachette e Cengage, sostenuti dall’Association of American Publishers (AAP), il contenzioso cambia scala. L’obiettivo dichiarato è rappresentare l’intera filiera editoriale e mettere a disposizione del tribunale competenze giuridiche e probatorie in grado di affrontare un tema complesso come la gestione dei diritti, delle licenze e dei dati utilizzati per addestrare i large language model.
Il punto di fondo è il sostegno un principio industriale. L’editoria, in questa fase, rivendica il proprio ruolo come soggetto economico e culturale, non come semplice fornitore gratuito di contenuti da cui estrarre valore.
Il precedente Bartz v. Anthropic
La strategia degli editori si fonda su un precedente recente e decisivo. Il caso Bartz v. Anthropic, concluso con una sentenza storica del giudice William Alsup, ha introdotto una distinzione chiave destinata a pesare anche sul caso Google.
Da un lato, il tribunale ha stabilito che l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale su libri acquisiti legalmente rientra nell’uso trasformativo e quindi nel fair use. Dall’altro, ha chiarito che la conservazione e l’utilizzo di milioni di libri provenienti da archivi pirata, come le cosiddette shadow libraries tra cui LibGen, non gode di alcuna tutela.
Da questa decisione è nato, alla fine del 2025, un accordo transattivo da 1,5 miliardi di dollari, il più grande risarcimento mai visto in materia di copyright. Un accordo che ha previsto una divisione dei danni al 50% tra autori ed editori. Un punto centrale, perché ha riconosciuto in modo esplicito il ruolo degli editori come titolari di diritti e parti lese.
L’AAP cita apertamente quel risultato come prova del fatto che il coinvolgimento diretto degli editori non complica le cause collettive, ma aiuta a renderle più efficaci e più aderenti alla realtà del mercato.
Il nodo Gemini
Al centro della causa c’è Gemini, il sistema di intelligenza artificiale generativa sviluppato da Google. Secondo i querelanti, il colosso tecnologico avrebbe copiato illegalmente milioni di libri per addestrare il modello, evitando di stipulare accordi di licenza con i legittimi detentori dei diritti.
L’accusa va oltre la semplice fase di training. Secondo l’atto di citazione, Gemini sarebbe in grado di produrre copie “verbatim e quasi verbatim” di opere protette, di generare capitoli sostitutivi per manuali accademici e di creare romanzi da cento pagine in pochi minuti, a un costo irrisorio rispetto a quello di un’opera scritta da un autore umano.
Il punto non è solo la violazione del copyright, ma l’impatto diretto sul mercato. L’intelligenza artificiale non si limita a imparare dai libri. Li sostituisce.
“Nessun editore o autore può competere con tutto questo”, si legge nella denuncia. Il mercato, secondo i querelanti, è già invaso da “sostituti generati dall’IA” costruiti sfruttando lavoro creativo sottratto senza consenso né compenso.
Un fronte comune tra editori e autori
Google ha cercato di opporsi all’ingresso degli editori nella class action, parlando di “complessità interne alla classe”. Una linea difensiva già vista in altri contenziosi simili.
L’AAP ribatte con i fatti. Il caso Bartz dimostra che la partecipazione diretta degli editori consente di chiarire la titolarità dei diritti, semplificare le richieste di risarcimento e fornire al giudice un quadro più realistico delle dinamiche industriali.
“Gli editori sono uniti agli autori in questa causa”, ha dichiarato Maria Pallante, presidente e CEO dell’AAP. “Non è un segreto che Google e altre aziende tecnologiche abbiano copiato libri liberamente. È comprensibile che le aziende tecnologiche vogliano usare opere creative per costruire sistemi di intelligenza artificiale, ma questo porta a una sola direzione possibile: una trattativa sulle licenze, non una razionalizzazione dell’abuso”.
Una posizione condivisa anche da organizzazioni internazionali come la Society of Authors e la Publishers Association del Regno Unito, che hanno definito il comportamento di Google “inaccettabile”.
Oltre il risarcimento
Gli editori non chiedono solo un indennizzo economico. La richiesta più dirompente riguarda un’ingiunzione permanente. In concreto, si chiede al tribunale di ordinare a Google di cessare ogni attività illecita e, soprattutto, di distruggere tutte le copie non autorizzate di opere protette attualmente in suo possesso o sotto il suo controllo.
Se questa richiesta venisse accolta, l’impatto sull’intero settore dell’intelligenza artificiale sarebbe immediato. Le aziende tecnologiche sarebbero costrette a rivedere in modo radicale le proprie strategie di approvvigionamento dei dati.
Come ha osservato Catriona MacLeod Stevenson, responsabile legale della Publishers Association, “man mano che emerge la reale portata di queste pratiche, non ci sorprenderebbe vedere altre azioni simili nel corso del 2026”.
Google, al momento, non ha rilasciato commenti ufficiali sull’ultima istanza depositata. Nel frattempo, l’industria creativa osserva e attende. La sensazione diffusa è che la stagione del far west dell’intelligenza artificiale stia arrivando al capolinea. E che il tema delle licenze, rimandato per anni, non sia più aggirabile.